• Stefania Bonura

La scoperta più sensazionale nella storia dell'archeologia

Aggiornamento: 6 nov 2021

È il novembre del 1922 quando Howard Carter scopre la tomba di Tutankhamon. Come riuscì in una ricerca che già all’epoca era sembrata a Gaston Maspero, direttore del Servizio delle Antichità egiziano, una fatica inutile?


Come fu ritrovato il corredo di Tutankhamon al momento del ritrovamento della sua tomba
Corredo funerario di Tutankhamon - Credit: immagine di Blende12 da Pixabay

Dopo il passaggio del miliardario americano Theodore Davis, infatti, che aveva lì scavato per dodici stagioni consecutive - con risultati importanti ma piuttosto deludenti in termini di ricchezze rinvenute - si era ormai convinti che non vi fosse più nulla da scoprire nella Valle dei Re. Questa consapevolezza nasceva dal fatto che nessuno dei sovrani lì originariamente sepolti era stato ritrovato intatto nel suo sepolcro. Le tombe erano state già tutte violate e depredate in tempi antichi. Lo stesso Belzoni, che c’era stato un secolo prima e aveva compiuto perlustrazioni su vasta scala, alla fine della sua permanenza aveva decretato che non c’erano più altre tombe “oltre a quelle ora rese note dalle mie ultime scoperte”. Tra queste vi era la tomba di Seti I, la cui bellezza e raffinatezza, considerata da alcuni alla stregua della Cappella Sistina, fu la sola consolazione per l’avventuriero padovano.

Partiamo dunque dalla Valle, denominata in arabo Biban el Muluk (Porte dei re), la famosa necropoli tebana dove erano stati seppelliti con i loro ricchi corredi i sovrani dell’Antico Egitto a partire dalla XVIII dinastia.


«La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia. Qui, in questo fondovalle solitario, lontano da ogni segno di vita, con il “Corno”, il più alto picco dei rilievi tebani, che si erge a sentinella come una piramide naturale, dormono il sonno eterno trenta o più re fra i più grandi che l’Egitto abbia mai conosciuto».

Così Carter inizia il suo lungo racconto. L’avventura archeologica più emozionante e famosa di tutti i tempi venne infatti narrata in tre volumi dal suo più importante protagonista, il primo dei quali fu pubblicato a New York nel 1923 con il titolo The Tomb of Tutankhamon. Nel 1914, nove anni prima, quando cioè Carter e il suo mecenate Lord Carnarvon ottennero la concessione a scavare, non avrebbero mai immaginato un esito così luminoso. Eppure speravano di trovare qualcosa, questo è certo. Carter afferma, senza temere attacchi, che fin dall’inizio il loro obiettivo era la tomba di Tutankhamon. Ma la sua fu più che altro una intuizione indotta da alcuni ritrovamenti che echeggiavano nel silenzio della Valle. Quel nome, a suo dire, si insinuò nella sua mente.



Veduta della Valle dei Re

Quante tombe erano state trovate all’epoca? Quali sovrani mancavano all’appello? Quali erano le aree ancora da esplorare, se ce ne erano?


A tutte queste domande Howard Carter aveva delle risposte, poiché possedeva una profonda conoscenza della necropoli e fu proprio questa a consentirgli di racchiudere le ricerche su un fazzoletto di terra che difatti si rivelò, alla fine dell’ultima stagione di scavo, il luogo in cui il giovane faraone era stato seppellito. Nel secolo precedente l’egittologo inglese John Gardner Wilkinson aveva studiato e mappato la necropoli tebana e aveva attribuito alle 22 tombe fino ad allora scoperte dei numeri, secondo un ordine che procedeva da Nord a Sud, preceduti dalla sigla KV (King’s Valley). Successivamente i numeri furono attribuiti per ordine cronologico di scoperta. Quando Carter e Carnarvon nel 1917 si misero effettivamente a scavare, l’ultima tomba scoperta risaliva a più di dieci anni prima, quando la concessione apparteneva a Davis, e riportava la sigla KV 61.



Tomba di Ramses VI a ridosso di quella di Tutankhamon nella
Mappa della Valle dei Re - Credit: Theban Mapping Project

La mappa interattiva è consultabile sul sito del Theban Mapping Project


Perché Tutankhamon?


Agli inizi del Novecento, di questo sovrano, che aveva regnato per nove anni tra Akhenaton l’eretico e il sacerdote Ay, si sapeva poco o nulla, l’unica certezza era che era morto ed era stato sepolto. Per Carter non c’erano dubbi che il sovrano doveva trovarsi da qualche parte nella Valle. In verità i dubbi c’erano, poiché il predecessore Akhenaton aveva fatto spostare la capitale del regno nel Medio Egitto, in una città costruita da zero e chiamata Akhetaton. Il periodo era stato caratterizzato dalle turbolenze religiose del faraone eretico, che si presumeva peraltro fosse il padre di Tutankhamon, ed erano più le zone d’ombra che di luce. Si sapeva che era succeduto al presunto padre dopo la breve parentesi di due sovrani ancora oggi avvolti nel mistero (Smenkhara e Ankhetkheperura), che era salito al trono con il nome di Tutankhaton ma aveva assunto il nome noto a tutti dopo l’editto di Restaurazione del vecchio culto, che per via della sua giovane età era stato guidato nelle sue azioni dai fedelissimi di Akhenaton, cioè il Primo sacerdote Ay e il generale Horemab. Il suo breve regno, infine, si era spento quando ancora Tutankhamon non aveva raggiunto i venti anni. Gli era succeduto il vecchio Ay. E questo più o meno era tutto.


A mettere i due inglesi alla ricerca di questo sovrano, che sulla carta appariva del tutto insignificante, furono degli indizi lasciati durante i vecchi scavi condotti al soldo di Theodore Davis. Si trattava di frammenti e ceramiche di poco valore ma che recavano tutti un nome: Tutankhamon. Nell’estate del 1922 Lord Carnarvon e Carter avevano setacciato tutta l’area compresa tra le tombe di Ramses II, Merenptah e Ramses VI ma non era emerso nulla. Restava ancora un piccolo fazzoletto di terra a ridosso dell’entrata della tomba di Ramses VI. Carnarvon decretò che sarebbe stato l’ultimo scavo. Se non avessero trovato nulla avrebbero interrotto i lavori. Tutankhamon aveva regnato verso il 1330 a.C., mentre Ramses VI aveva regnato intorno al 1140 a.C. Correvano dunque due secoli tra un sovrano e l’altro. Carter aveva notato antichi resti di casupole di operai risalenti all’epoca di Ramses VI. Si trattava di rifugi in mattoni crudi che i costruttori del sepolcro di Ramses VI avevano edificato a ridosso della tomba. Ciò che indusse l’archeologo a indagare proprio lì fu la presenza di un tumulo rialzato al di sotto di essi. Se qualcosa giaceva là sotto quantomeno avrebbe dovuto appartenere a un’epoca precedente.


La mattina del 4 novembre del 1922 Haword Carter si reca sul sito e capisce che qualcosa è successo. Da una delle casupole abbattute è emerso un gradino tagliato nella roccia. Fa proseguire le operazioni in preda a una crescente agitazione e dalla terra viene tirata fuori una rampa di scale che culmina in una porta. Su questa Carter individua un sigillo che non può lasciare alcun dubbio, è il sigillo della necropoli reale. Ma la cosa più sorprendente è che il sigillo è intatto. Questo ha solo un significato: da millenni, da un periodo antecedente almeno all’epoca di Ramses VI, nessuno vi è più entrato. Corre a telegrafare in Inghilterra per avvisare Lord Carnarvon della sensazionale scoperta e attende il suo arrivo prima di procedere con gli scavi. Quando il mecenate arriva in compagnia della figlia Evelyn, i lavori riprendono. È il 24 novembre il giorno in cui gli inglesi si trovano di fronte al sigillo che tanto avevano sperato di trovare: il nome è indubbiamente quello di Tutankhamon. Riescono a estrarre la porta e a farsi strada in un angusto corridoio interamente ostruito da pietrame. Due giorni dopo arrivano alla seconda porta. Carter fa un buco per capire cosa c’è dietro di essa. Lo allarga quanto basta a inserirvi una candela e in quel momento capisce che la sua sarà la scoperta più sensazionale nella storia dell’archeologia. Quando i suoi compagni gli chiedono cosa vede, lui risponde:

«Ovunque il luccichio dell'oro».
 

Riferimenti bibliografici


Howard Carter, Tutankhamen, Garzanti, Milano 2006.

Thomas Hoving, Tutankhamon, Arnaldo Mondadori, Milano 1979.

H.V.F. Winstone, Alla scoperta della tomba di Tutankhamon, Newton Compton, Roma 1994.

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