• Stefania Bonura

Riscrivere la storia della mummia egizia?


Mummia di Ramses I - Immagine CC BY-SA 4.0 di Alyssa Bivins su Wikipedia

Da alcuni giorni vedo circolare su stampa nazionale e internazionale articoli piuttosto simili che segnalano una scoperta così rilevante che potrebbe persino portare a una riscrittura della storia della mummificazione dei corpi nell’Antico Egitto, quanto meno quella relativa all’Antico Regno (2700-2100 a.C. ca.). Si tratta, appunto, del ritrovamento a Saqqara di una mummia all’interno di una tomba appartenente a un dignitario o a una figura di alto rango di nome Khuwy, probabilmente imparentato con il faraone sotto il quale era vissuto, ovvero Djedkara Isesi della V dinastia (siamo intorno al 2350 a.C.). Il corpo in verità era stato scoperto nel 2019 e, in virtù del suo bendaggio e della cura con cui era stato imbalsamato, era stato sulle prime considerato più tardo. Va precisato che non è inusuale in Egitto ritrovare salme che occupano tombe destinate ad altri, spesso predecessori. Un’interpretazione di questo tipo era dunque più che accettabile. Il punto è, lo ammette una delle più importanti archeologhe egiziane, Salima Ikram, docente di egittologia all’Università americana del Cairo, che per quanto la tomba e le ceramiche ritrovate al suo interno risalissero all’Antico Regno, era impensabile che la mummia fosse di quello stesso periodo perché era “conservata troppo bene”. Il processo di mummificazione sembrava troppo raffinato per l’epoca. Quindi la reazione iniziale dell’egittologa era stata quella di considerare la mummia un ospite fuori luogo. Ma nel corso dell’indagine ha cominciato a ricredersi.


La mummificazione

Il processo di mummificazione nell’antico Egitto è stato sempre considerato come un’arte che gli egizi scoprirono a poco a poco, quasi casualmente, e portarono al suo massimo livello tra il Medio Regno e il Nuovo Regno per poi gradualmente lasciare decadere. Fino a qualche tempo fa si era inoltre convinti che le tecniche di mummificazione “artificiale” non fossero antecedenti alle tombe reali dell’Antico Regno e che solo successivamente si fossero diffuse e affermate come pratica comune a tutti, o almeno a chi poteva permetterselo. Tuttavia, dagli scavi sistematici compiuti a Ieracompoli negli anni Novanta era emerso che gli egizi praticavano l’imbalsamazione, o quanto meno un rudimentale tentativo di essa, durante Naqada I (3900 a.C. ca.), cioè durante quello che gli storici definiscono periodo predinastico, un’epoca di gran lunga anteriore all’Antico Regno. A questo panorama vanno aggiunti gli studi recenti compiuti da Jones J, Higham TFG, Oldfield R, O’Connor TP, Buckley SA, ovvero un’approfondita indagine chimica su involucri funerari in lino, pelle e stuoie relativi a corpi ritrovati in tombe di periodo Badariano (4500-4000 a.C. ca. – il nome deriva dal sito archeologico di Badari presso Asyut), quindi persino precedenti all’epoca definita Naqada I.


Frammento di tessuto dalla tomba n. 1223 di Mostagedda - Illuminazione in campo scuro (HD) - Immagine estratta dall'articolo citato - CC by Jones et al.

In Evidence for Prehistoric Origins of Egyptian Mummification in Late Neolithic Burials, articolo pubblicato da questi studiosi nel 2014, le teorie tradizionali sull’antica mummificazione egiziana, che postulavano che nel periodo preistorico i corpi fossero naturalmente essiccati attraverso l’azione della sabbia calda e secca del deserto, vengono messe in discussione, poiché le indagini chimiche da loro compiute sugli involucri di lino e altri resti funerari preistorici identificano la presenza di resine, oli e bitumi, ovvero una mistura complessa di agenti per l’imbalsamazione, in proporzioni simili a quelle utilizzate all’apice della mummificazione faraonica circa 3000 anni dopo. Fino a quel momento le prove scientifiche per l’uso di resine nella mummificazione artificiale risalivano al tardo Antico Regno (2200 a.C. ca.), e limitate a eventi isolati. Come affermano gli stessi autori,

i risultati delle analisi hanno spinto indietro di 1500 anni le origini di questo aspetto centrale e vitale dell’antica cultura egiziana.

Ma allora cosa rende così speciale la scoperta tanto enfatizzata in questi giorni, visto che già da alcuni anni era noto che gli egizi del Neolitico praticassero delle forme di imbalsamazione? Per rispondere bisogna fare un passo indietro.

La preservazione dei corpi nell’Antico Egitto era un prerequisito indispensabile per accedere alla vita ultraterrena. All’aspetto integro del morto era associata la sua unica possibilità di rinascita. Viceversa, la perdita dell’integrità fisica, il disfacimento o peggio lo smembramento erano associati all’impossibilità del defunto di ottenere una seconda vita nel Regno dei morti. Questa per gli egizi era la peggiore fine che poteva toccare a un uomo: nessun inferno, nessun tormento avrebbero potuto eguagliare l’orrore del nulla e di una morte definitiva. Da questo convincimento si arrivò all’uso di resine, unguenti e bendaggi, oltre che a una consolidata e professionale tecnica di asportazione degli organi interni e disidratazione dei corpi tramite natron (sale). La procedura era lunga e all’apice del suo successo implicava un complesso bendaggio con rotoli di lino che ricoprivano tutto il corpo, anche le singole dita delle mani e dei piedi, creando armonici e sofisticati disegni geometrici.


La scoperta di Khuwy

La scoperta di Khuwy in realtà non è così scioccante come è stata proposta poiché va nella direzione già indicata da diversi studiosi negli ultimi anni, che cioè in Egitto la pratica dell’imbalsamazione ha origini molto più antiche di quello che si pensava e che durante l’Antico Regno questa pratica doveva per forza essere già ben sviluppata, sebbene non diffusa a tutti i ceti. Tuttavia, va riconosciuto che nessun corpo così antico era stato finora ritrovato in condizioni “così perfette”, impregnato di “costose resine” e avvolto da “bende di altissima qualità”, imbalsamato cioè con una maestria che usualmente si ascriveva alle epoche successive. Per quanto la scoperta sia indubbiamente rilevante, penso che si sia data un’enfasi eccessiva alla notizia, o quanto meno si sia presentata con i soliti toni sensazionalistici, come spesso succede negli ultimi anni, soprattutto quando c’è di mezzo un documentario, come in questo caso. Nello specifico si tratta di una produzione del National Geographic, la terza stagione di una serie tv dal titolo Lost Treasurs of Egypt in uscita in questi giorni. La scoperta della mummia all’interno della tomba verrà raccontata nell’episodio quattro, intitolato Rise of the Mummies, il 28 novembre, dove comparirà la stessa egittologa Salima Ikram.


Riferimenti bibliografici


Jones J, Higham TFG, Oldfield R, O’Connor TP, Buckley SA, Evidence for Prehistoric Origins of Egyptian Mummification in Late Neolithic Burials. PLoS ONE 9(8): e103608 (2014).

Link all’articolo: https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0103608


Mummy’s older than we thought: new find could rewrite history, in https://www.theguardian.com/science/2021/oct/24/mummys-older-than-we-thought-new-find-rewrites-the-history-books


Vittorio Sabadin, Le mummie egizie sono mille anni più antiche di quanto si credesse, in https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2021/10/24/news/le-mummie-egizie-sono-mille-anni-piu-antiche-di-quanto-si-credesse-1.40845272/

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